La prima volta che ho donato il sangue è stato al primo anno di università. Uscivo dalla metrò di Duomo e dirigendomi in Festa del Perdono avevo visto questo grande mezzo bianco con la scritta Avis. Ho troppa paura degli aghi, mi dissi appena lo vidi. Una settimana dopo il mezzo era ancora lì. Sono in ritardo, pensai. E rimandai. Una settimana dopo (o forse era più tempo, ma stiamo parlando dello scorso millennio) sono incappato di nuovo in questa sorta di bus con la scritta Donazione del sangue in bella evidenza. Mentre cercavo un’altra scusa per andarmene vidi scendere dal mezzo una ragazza che salutava e ringraziava. Se lo ha fatto lei, non posso essere da meno io. E salii. Sono passati 7 lustri da allora e non ho mai smesso (eppure sono Gemelli, la costanza sul lungo periodo non è il mio forte).

Ci sono state annate in cui ho donato poche volte. Altre nelle quali ogni volta che mi chiamavano non facevo passare 24 ore e mi presentavo (dopo il mezzo bianco semovente, sono sempre andato in Largo Volontari del Sangue, alla sede centrale dell’Avis dove mi/ti accolgono come fossi di famiglia).

Con la pandemia ho saltato qualche appuntamento. Ma -per dirvi – ci sono stato anche una mattina di questo inverno dopo aver accompagnato Fra all’Istituto dei Tumori (che non dista molto dall’Avis). Finita la donazione sono tornato sotto l’Istituto ad aspettarla (non si poteva entrare per le regole antivirus).

Stamattina ero di nuovo lì. Pur essendo passato tanto tempo non ho mai superato la paura degli aghi (una delle mille cose che mi accumunava alla povera Fra, costretta a subire tante di quelle iniezioni -persino da parte mia- come mai prima).

Il mio trucco è basico: quando l’ago entra non guardo. Né quando esce. Penso ad altro. Al bene che questo piccolo gesto può rappresentare per chi ha bisogno. Le donazioni di sangue sono calate questa estate. Ognuno avrà il suo perché. Ma io spero sempre che in tanti trovino il coraggio di fare quel primo passo. Gli altri vengon da sé.

Ad maiora