Mi sono preparata, anno dopo anno, elaborando i ricordi, convincendomi che era necessario che diventassi testimone, che compissi il mio dovere nei confronti di quelli che non sono potuti tornare a raccontare, prima di diventare troppo vecchia. Ci ho pensato su molti anni, finché sono arrivata a parlarne con alcune amiche insegnanti. Non sapevo bene come cominciare, sapevo solo che l’avrei fatto volontariamente, gratuitamente, e che la scuola, gli studenti, i professori erano quelli a cui mi volevo rivolgere. È così, con grande fatica e grande umiltà, ho iniziato a parlare in pubblico, senza sapere neanche se mi sarebbe uscita la voce, perché un conto è decidere nel segreto della tua stanza, tra fotografie, libri, oggetti del dolore, altro è trovarsi davanti a una platea con cento paia di occhi che ti guardano, affrontando anche la maleducazione, o una domanda che fa soffrire, e l’indifferenza, che per me è la cosa più grave di tutte.

Liliana Segre (in Come una rana d’inverno, conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, di Daniela Padoan, Bompiani, 2004)